INCONTRO BIOREGIONALE 2026
14° INCONTRO di SENTIERO BIOREGIONALE29/30/31 MAGGIO 2026 Presso Coccore – Sassoferrato (AN) – Bacino del Fiume Esino – di seguito RESOCONTO E IMMAGINI dell’incontro |
Resoconto a cura di Francesca Mengoni
La sera dopo cena ci dividiamo i compiti seduti in cerchio, con una temperatura confortevole e una atmosfera serena.
Sabato 30 Maggio 2026: cerchio d’apertura e presentazioni Giampietro modera l’incontro e chiede a Francesca di leggere la poesia “Per conoscere un luogo”. GIUSEPPE presenta Sentiero Bioregionale e ricorda che quest’anno sono trent’anni che ci incontriamo, dapprima come Rete Bioregionale (nata nel 1996 a Monte Rufeno, Lazio) poi, in seguito ad una scissione, abbiamo fondato Sentiero Bioregionale. Prosegue leggendo una sintesi molto stringata dell’idea bioregionale. “Bioregione” che, scomposta, fa “bios”/vita e “regione” dal latino rӗgӗre, governare. Quindi una regione governata dalla vita, e per vita, in termini bioregionale, si intende tutto ciò che in essa vive e prospera, perciò non solo noi umani ma anche il popolo delle piante, degli animali, delle erbe, i fiumi, le montagne… insomma, la natura nel suo insieme. Un’idea nata nei primi anni ’70 del secolo scorso per iniziativa di alcuni esponenti del movimento controculturale di quei tempi: visionari, poeti, attivisti, scrittori ma anche semplici cittadini… che non credevano più nel riformare la realtà politica e sociale esistente, ma che guardavano ad una nuova società nella quale esseri umani e natura fossero di nuovo protagonisti alla pari, e tutto questo attraverso un percorso che, partendo dall’individuo, andasse poi ad abbracciare i luoghi in cui tutti, volenti o nolenti, si trovano a vivere, nelle bioregioni appunto. Tanto per far capire cosa bollisse nella mente di questi futuri bioregionalisti. Nel 1970, davanti alla platea del “Centro per lo studio delle istituzioni democratiche” di Santa Barbara in California (un luogo istituzionale, quindi), uno dei bardi del bioregionalismo, il poeta Gary Snyder leggeva le seguenti parole: “Ci sono molte cose ammirevoli nella cultura occidentale. Ma una cultura che nega la fonte della sua stessa essenza – e cioè la natura e il suo legame con essa – è destinata a comportamenti distruttivi e, alla lunga, forse, all’autodistruzione”. E questo, guarda caso, ci porta dritti nella realtà che stiamo vivendo oggi, che non sarà ancora la vigilia dell’autodistruzione dell’umanità, ma da quello che è dato vedere si sta andando verso quel tecno-mondo-politico e finanziario parallelo, creato da una parte dell’umanità e perfino immaginato in quel romanzo distopico di fantascienza del 1932 “Brave new world” (Il mondo nuovo) di Aldous Huxley, dove tutto e tutti—natura ed esseri umani—saranno monetizzabili e manipolabili nell’interesse di pochi, alle spese dei tanti. Quindi, la bioregione, come strada maestra per recuperare noi stessi nel più ampio consesso di Madre Terra. Non c’è altro modo…”
CERCHIO DELLE PRESENTAZIONI
Il bastone della parola passa poi a ETAIN: Sto ri-abitando la campagna di Gubbio da 45 anni e sono contadina insieme con il mio compagno Martino. Siamo contadini dagli anni 80, quando ancora c’erano tanti contadini a Gubbio che occupavano quelle terre da generazioni. Sono stati per noi grandi insegnanti. Con calma e pazienza si capisce cosa ha da dire il luogo. Non è che vai e fai, devi imparare come il luogo comunica con noi. Ad esempio, l’esperienza del terremoto del 1984, che è stata molto significativa, perché non sei tu che decidi. A quei tempi il terremoto ci ha colti all’improvviso compromettendo la nostra casa. Noi non eravamo in grado di decifrare i segnali che ci arrivavano. Ora invece capiamo i segnali del terremoto e quando c’è stato quello del 1997 eravamo più pronti e consapevoli. FELICE: Pubblico il Seminasogni da 26 anni. Sono stato pittore itinerante di strada, disegnavo sui marciapiedi, nelle piazze. Lavoro libero, a contatto con la gente, per strada, una scuola di abbondanza e voglia di abbandonare tutto. Quando dipingi per strada abbandoni anche i dipinti in cui ti sei prodigato fino all’ultimo particolare. Mi era stretta la campagna coltivata, cercavo un luogo dove camminare liberamente e rifugiarmi. Quando ho trovato il luogo dove abito ora, è stato il posto che mi ha catturato. Ho cominciato a coltivare un rapporto profondo con la terra. I soldi non mi servivano più tanto. “Come fare senza” è stata anche una rubrica del Seminasogni. Ti liberava dalle cose il produrre cibo liberandosi dal mercato. Poi si è creato il mercatino di incontro con i nostri prodotti e l’usato, il cibo scambiato. Non avevo più bisogno di farmi schiavizzare in fabbriche o uffici, costretto a diventare un accaparratore della Terra. Il ritorno alla terra ti libera. Occorre avere una terra propria. Recita la sua poesia Ode alla Zappa. ODILIO: Prima di tutto un saluto al posto che ci accoglie e un GRAZIE a Davide che lo ha proposto, ad Ornella ed Aurelio. Altre parole di ringraziamento vanno a questa Terra che ci ospita, convinti che il mondo non può essere scontato, che una comunicazione spirituale di gratitudine e di riconoscimento fra tutte le cose viventi deve essere espressa per allineare le menti e i cuori della gente con la natura. Tutto questo costituisce il principio-guida della cultura che vogliamo trasmettere. Siamo qui a offrire i nostri pensieri, i nostri vissuti per ri-abituarci (qualora ce ne fosse bisogno) ad una comune visione delle nostre diversità. Sono nativo del bacino idrografico del Po e presto servizio volontario in un emporio Caritas della bassa mantovana ad impatto zero, che va a sostenere famiglie di diverse etnie (una decina). DAVIDE (1): Vivo qui da 20 anni. Sono felice di essere qui a Coccore. Quello che so di questo nome è che dovrebbe venire da Cucco, una montagna sacra. GIAMPIETRO: vivo nel bacino del Serio, uso la bicicletta per i miei spostamenti. Vivo con mia moglie, galline, cani, piante di frutti e asini. Sono un insegnante di religione. Cerco di comunicare ai miei allievi anche ciò che apprendo conoscendo il luogo dove abito. In classe una ragazza ha letto un suo scritto e, come raramente accade, tutti hanno accolto la sua lettura con un silenzio particolarmente intenso. Quello che ci ha svelato sono le difficoltà contemporanee di relazione tra coetanei e con il mondo naturale e la percezione che invece ci sia altro (legge il testo di Beatrice). COSETTA: Vivo a Palombara Sabina dove ho un giardino di 1000 m quadri fra il selvatico e il coltivato, una casa, una casetta dei giochi e una casetta sull’albero, dove lavoro come logopedista con i bambini. Come logopedista andavo dapprima a domicilio, con una tovaglia come fagotto e dentro giocattoli per i bambini con gravi disabilità. Credo nella forza del posto che si esprime. La natura può sostenere la crescita senza quegli ideali consumistici in cui siamo immersi. Ho lavorato sulla comunicazione con questo piccolo luogo che è questo giardino attraverso un processo di crescita, accoglienza e bellezza. Questo pezzetto di terra o era senza tramonto, senza apparente bellezza, almeno non quella stereotipata. Adesso è diventato un giardino magico-frattalico, come lo definisco che si esprime in mille angoletti da guardare in verticale, e non in vastità o altezza. Ho le mie difficoltà con il mondo esterno. A volte soffro un certo isolamento come logopedista “strana”. Curo molto la relazione madre/figlio. Il mondo talvolta sembra lontano dal buon senso. Se ci sono bambini che urlano non sono loro ad essere sbagliati: sono bombardati di oggetti e attenzioni, considerati a qualsiasi età contemporaneamente quasi neonati e adultizzati per le responsabilità che gli mettiamo addosso. Negli esseri umani occidentali il sistema consumistico ha sollecitato il permanere di volere sempre tutto, subito e tanto, che è la dimensione dell’”io fetale”, stimolato dall’illusione della onnipotenza che internet, il cellulare e la intelligenza artificiale stanno deliberatamente stimolando. È diffuso un senso di abbandono. Cerco di aiutare a ricomporre nell’ambito del mio lavoro e quindi bambini, famiglie e scuola, una comunità con… un senso di comunità. LIVIO: Abito da queste parti, vicino ad Ancona. Sono stato invitato da Cosetta. Sono abitante del Monte Conero. Ho scelto quel luogo perché mi sono innamorato di una terrazza. Amo i colori del paesaggio che cambiano continuamente. Lavoro da casa in smartworking da più di 20 anni. Apprezzo molto la dimensione che ho trovato e sento il richiamo di quel luogo. La mia missione è ripristinare la casa. La gente di quel luogo diceva “chi è quel matto che ha comprato quella casa?”, una casa a gradoni situata in un paese che era la roccaforte di un capitano di ventura. Abito a Massignano vicino Sirolo. SAMUELE: Mi ritrovo molto nelle parole di Beatrice lette da Giampietro. Vivo a Rho (Milano), faccio parte di un progetto di asilo nel bosco. Sono studente di Scienze Naturali. Mi rivedo in Giampietro e Cosetta. Vedo che i ragazzi hanno bisogno di essere ascoltati. Sentivo il richiamo della natura, per questo ho scelto Scienze Naturali, anche se è sempre vista come catalogazione. Vorrei non studiare la natura, ma viverla. Ho frequentato dei corsi di Natural Survival tenuti da Marco Priori. Ho imparato ad abbandonare le cose fatte dagli altri e usare le mie ricavate direttamente dalla natura. La natura ha dei doni. Il primo corso l’ho seguito nella riserva di Monte Rufeno dove è nata la Rete Bioregionale. Questi corsi ritengo siano bioregionalismo, visto e vissuto in altri modi. Occorre prendere il tempo da dedicare alle relazioni con gli altri. Ho fatto degli step, diventando vegetariano e cambiando corso universitario perché prima seguivo un’altra facoltà. Penso sia importante evitare lo sfruttamento. FRANCESCA: Ho vissuto 20 anni in Maremma in un Podere in affitto con cose minimali. Tra le varie difficoltà, ho rivissuto le dinamiche dei miei nonni mezzadri e quindi per me è stata una prova dura in cui mi chiedevo cosa stessi facendo. Come diceva Felice, bisogna avere un pezzo di terra proprio. Abitando il luogo dove si è nati, si è sempre nella trama di relazioni conosciute. Si resta sempre la figlia di… Quando vai in un’altra terra, sei quello che c’è di buono e cattivo, ma viene da te e non è retaggio della tua famiglia. NURIA: Nata bioregionalista, sono scivolata nell’antropocentrismo. Ho viaggiato da Bologna alla Libia. Venivo dalla campagna coltivata intensivamente che produceva cibo. Da adulta sono approdata in città lavorando alle poste, mettendo su famiglia. Ho vissuto freneticamente, come in apnea. Poi ho letto i libri di Etain e Freya Mathews. E ho scoperto questa necessità di integrarsi con ciò che esiste. Ho comprato un terreno dove c’erano stati per tanti anni dei cani. Non c’era niente, era un terreno incolto e rovinato. Adesso è diventato una selva. Mi prendo cura di un terreno della suocera di 93 anni, ho ricavato un angolo dove fare il mio orto con il permesso della suocera. LUCA: sono nato a Milano, ho studiato perché mi piaceva. Negli anni 70 ero un contestatore anarchico. Laureato mi sono trasferito a Berlino prima della caduta del muro. Mentre lavoravo a un dottorato mai terminato ho iniziato a tradurre dal tedesco, poi dopo il 9 novembre mi ho fatto il giornalista, per raccontare quel che vedevo davanti ai miei occhi, ma vedevo tanti meccanismi che non mi piacevano. Sono tornato in Italia, in campagna. Ho subito un intervento chirurgico al cuore perché ho esagerato correndo in salita. Dopo ho provato di nuovo a vivere nella mia città, ma non ci sono riuscito, e ho cominciato a frequentare la Toscana dove c’era una casa comunitaria aperta, ho fatto musica popolare, ma poi ho cercato una casa mia, ho venduto quella di città e trovato una casetta nella valle del Monte Falterona dove ho fondato la casa editrice Montaonda, dedicata all’apicoltura. Ho conosciuto Etain attraverso un libro regalatomi da un’amica e poi Lato Selvatico. Da poco pratico la meditazione Zen. Qui a Coccore mi sono trovato subito bene. Propongo per domani mattina alle 5:30 meditazione Zen in cima alla collina. Dobbiamo diventare consapevoli che siamo gli eroi del nostro tempo. Abbiamo scelto di essere qui oggi. Il nutrimento lo trovo qui, è un appuntamento che ci diamo liberamente. CHIARA: vengo anche io da Rho, Milano. Questi ultimi quattro anni sono stati per me come un risveglio della coscienza e della consapevolezza, che mi hanno distolta dalla dimensione alienata della città e costretta a mettere in dubbio quello che ho vissuto. Ho studiato Scienze dell’Educazione. Sento un disagio interiore negli spazi chiusi. Ho incontrato la pedagogia del Bosco che mette in dubbio la scolarizzazione. Mi chiedo cosa sia veramente importante per il bambino. Sento disagio, distacco nei confronti della natura, inadeguatezza nella società. Sono stata in America come ragazza alla pari, dove ho trovato le dinamiche del consumismo all’ennesima potenza. Mi sono interessata agli ecovillaggi e alla Rivoluzione del Filo di Paglia di Fukuoka. Ho incontrato Etain che mi ha aperto ad altre possibilità. C’è un posto selvatico vicino casa, un posto abbandonato. Facciamo l’orto naturale comunitario. Voglio mettere in atto il bioregionalismo. Questo spazio lo immagino animato di dibattiti/dialoghi, immagino una biblioteca selvatica autogestita. Presenteremo una rivista il 21 giugno: “Radicarsi, pensieri sparsi dall’incolto” AURELIO: sono nato in Canada e sono vissuto lì fino ai 18 anni. Sono tornato a in provincia di Frosinone, è stato uno shock. Tutti sapevano chi eri e chi non eri, una città non aperta, non libera con tanto giudizio addosso. Avevo difficoltà a scuola. Venivo da un maestro che era un nativo americano e quindi per me è stato uno shock. Nell’88 volevo tornare in Canada, ma poi ho conosciuto Ornella in una colonia estiva naturalista. Roma mi ha adottato. Ho svolto vari lavori che non mi andavano bene, in alberghi. Ora lavoro da 31 anni con ragazzi disabili che mi hanno arricchito molto. Ho imparato tanto. Nel 1989 sono venuto a Coccore e mi sono sentito accolto e ora abbiamo comprato questa casa dei bisnonni di Ornella. Mi ricordo sempre di questa frase indiana: “I bisonti e le mucche si comportano diversamente. Quando c’è una tempesta, il bisonte va verso la tempesta e la supera trovando l’erba verde e la vita. La mucca si spaventa e si ritira e rimane intrappolata”. ORNELLA: durante l’estate da Roma venivo qui dai miei nonni, scoprendo che è un altro modo di vivere. Scalza partecipavo alle comunanze della trebbiatura, prendendo le gregne sul campo. Con pranzi tutti insieme. Le vacanze erano qui, in questi luoghi. Come figli abbiamo raccolto l’amore per questo luogo. Con il terremoto abbiamo vissuto nei container. Ora è tutto ricostruito, la casa non è di pietra e d’estate è più calda. Lavoro come istruttore di orientamento e continuità per persone ipovedenti. Spero di godermi la pensione qui a Coccore. FABRIZIO: vivo a Cupramontana, qui vicino, da 40 anni. Lì ho proseguito il mio inselvatichimento cercando di essere più indipendente, soltanto vivendo con il mondo naturale. Da giovane ho vissuto in difficoltà, con genitori, scuola. Ho cercato di inserirmi, per esempio giocavo in Serie A della pallavolo e frequentavo l’università. Poi ho conosciuto gli hippy e sono andato con loro. Un movimento culturale forte, mi piaceva vivere in comunità. Mi sono messo in autostop On the road. Sono andato anche in campagna in Sicilia. Era molto forte la critica alla tecnologia. Si contestavano il frigorifero, la lavatrice, il telefono, la televisione. Sono stato artigiano di strada. Poi facevo spille in filo dorato con i nomi. Ho fatto un sacco di soldi in fretta che mi hanno permesso di comprare la casa dove vivo. Ho aperto la casa a tutti in autosufficienza e semplicità. Sono passate tantissime persone, migliaia. Ora sono da solo vecchio ed è difficile. Ho perseguito una buona economia spendendo poco. Ora produco cose di campagna che riesco a vendere rimanendo sempre irregolare, olive in salamoia, marmellate. Quando avevo ventuno anni ho letto la frase per me significativa: “l’uomo deve scegliere se essere ricco di cose o essere ricco di libertà.” AGNESE: sono di Torino e sono vissuta tra la città e la Valsusa. Torino mi ha nutrita. Nel 2015 dopo la laurea, volevo zappare la terra. Nel 2017 sono arrivata nelle Marche da Fabrizio. Ho scoperto la rete del Seminasogni. Poi, un terreno con una sorgente d’acqua, che sognavo, ha trovato me. C’è anche un mulino. Si trova a Cagli con sei ettari di bosco. Sto ri-abitando un luogo abbandonato da 6 anni. Sto imparando a sentire il luogo, un po’ mi spaventava. Si tratta di un luogo con tanta storia e si trova sopra la Gola del Furlo. Ora ho messo semi di sovescio e abbiamo recintato e sto iniziando un piccolo orto. Prima è stata con me una mia amica, poi lei ha avuto altri impegni. Avevo paura di rimanere sola, ma in verità non sono mai sola. Ho trovato una grande famiglia, una comunità. Eravamo in 40 a montare la yurta in sintonia vivendo questo divenire. Mi sento osservata da tutta la vita che sta attorno. Gli animali che mi guardano, la libellula e il granchio. Semplicità natura e comunità. Per ora non abbiamo soldi per ristrutturare il Mulino. Il mio mantra ora è diventato “piano piano”. Confido nelle mie forze e a quelle degli amici quando passano. Ringrazio molto Fabrizio che mi ha aiutata. ALBERTO: sono nato in provincia di Siena. Ho iniziato a lavorare a contratto trascorrendo molto tempo al chiuso. Poi ho sentito parlare del WWOOF e lì è stato l’inizio del cambiamento, andando anche all’estero a visitare fattorie che avevano necessità di un aiuto. A 40 anni, nel 2017, ho iniziato ad intraprendere delle attività con amici che lavoravano con le costellazioni familiari e sono rimasto ad Assisi. Per otto anni mi sono arrangiato con lavoretti e mercatini. Mercatini gestiti direttamente dai produttori. Con Sara abbiamo organizzato le danze in cerchio. Negli ultimi due anni un amico mi ha coinvolto nella convivenza. Qualsiasi posto ti può comunicare, ti può parlare. Sto scoprendo tutto quello che possiamo produrre con la natura e come convivere con il selvatico, ognuno con le sue esigenze e il suo percorso. C’è il lavoro da fare insieme e quello da fare da soli.
LISA: vivo nel modenese, nella Valle del Secchia. Frequentavo il liceo classico, mi sentivo diversa e sola. Ho scelto la facoltà di Scienze Naturali, ma è stata una delusione. Vivo in una valle fluviale molto bella, con insediamenti Etruschi. C’è stata l’invasione della industria ceramica che ha rovinato molto della bellezza naturale. In un ambiente di questo genere non si possono sviluppare menti libere. Il covid mi ha destabilizzata, prorogando gli studi lontana dalle mie aspirazioni. Ho preso un master di fauna e ambiente che ritengo più pratico. Mi sta aiutando ad elaborare le informazioni. Sto cercando anche un luogo dove mettere le radici. La separazione mi crea disagio interno, voglio vivere lontano da disturbi antropici impattanti. MARIA AMBRA: ringrazio Felice e Fabrizio. Sono cresciuta a Severino Marche, ma da diversi anni vivo a Bologna. Abbiamo cambiato molto il modo di alimentarci. Ora lavoro part time e ho svolto alcune esperienze come wwoofer. Ho scoperto che la Terra è bassa. Il mio progetto è di lasciare Bologna e tornare a Fabriano. Ci stiamo informando per curare degli orti urbani. Ho 41 anni vissuti sempre in città e ora non voglio buttarmi avventatamente in una situazione di campagna senza avere esperienza. FILIPPO: sono frastornato, al solito nei gruppi vado in risonanza con qualcuno e ora per me è tutta una risonanza, è come una grande sinfonia. Per me le città sono come fantasmi in cui la realtà è evaporata. Sono originario di Fabriano e sto a Bologna con Maria Ambra, ora voglio tornare. Ho avuto la grande fortuna di crescere a Fabriano con una nonna che mi ha trasmesso l’attaccamento alla Terra. Sono stato istruito dal nonno. Ho abitato 20 anni a Bologna, ma la cellula dormiente trasmessa da mia nonna è quella che mi ha permesso di vivere. Lei mi ha fatto comprendere i silenzi, la natura. Basta scavare e quella cellula ce l’abbiamo tutti. ENRICO: vengo dalla Lunigiana una terra tra Toscana, Emilia e Liguria. Noi ci identifichiamo molto con quella terra. Diciamo che “andiamo in Toscana” anche se formalmente la Lunigiana è in Toscana. Voglio partire raccontando del mio corpo. Ho due ossicini sui miei piedi che si sono rotti. Sia il destro che il sinistro. Ho vissuto 17 anni a Stoccarda, il rapporto della cura è sempre più difficile, anche l’educazione è trascurata. La comunicazione è sempre più disfunzionale, le risorse non sono più per la salute, ma per i proiettili e le armi. Io sono ingegnere e quando sono stato assegnato a degli impianti industriali, per capire bene, mi sono messo a lavorare con gli operai. Ora ho mal di schiena dovuto anche allo stare seduto per ore davanti al computer. Devo prendermi cura del corpo. Ho riflettuto sul discorso del bisonte di Aurelio, che va incontro la tempesta. Io sono andato incontro alla tempesta nel 2018. Il 2019 l’ho trascorso molto arrabbiato. Sono consapevole che, come umanità, abbiamo imboccato una strada che ci avrebbe portato a cose brutte. Stiamo andando ad una velocità che non ha tempo di soffermarsi, non abbiamo risorse ed energie per prendere coscienza. KATHRIN: vedo una grande resilienza nell’ascoltare, vorrei fare un salto per rompere questo. La ricerca di un luogo la sento differente. La Sorgente, la ricerca. Essere in connessione dello stato originario. Credo che tutti vorrebbero questo sogno. L’acqua non c’è, è fortemente inquinata. Dentro c’è una richiesta che ci può insegnare tanto, cercare la sorgente in un altro modo. DAVIDE 2: vengo da un paesino delle Marche e ora abito tra Gubbio e Perugia. Ho lavorato comprandomi una casa. Ho un bel ricordo dei miei nonni. Mi sono licenziato e ho iniziato a girare per le fattorie. Partecipo ai mercatini alternativi e mi piace moltissimo, nel momento di condivisione, ascoltare i percorsi diversi di ciascuno di noi e da tutti c’è da imparare qualcosa. Mi sento di dire Grazie e mi sento molto fortunato. SARA: Sono di Perugia, sono nata in Umbria perché era verde. Sono nata in campagna. Poi ci siamo sradicati andando in città. Per fortuna sono cresciuta con i nonni. Sono sopravvissuta. Ho rotto con la scuola e a 17 anni e mezzo quando ha iniziato a lavorare. C’è un sistema comune potente. Ora sono un’artigiana. A 25 anni ho conosciuto Etain e le danze in cerchio. Ora ho comprato due terreni. In uno c’è una iurta e nell’altro un frutteto. Mi sto ri-inselvatichendo. Faccio danze in cerchio e artigianato. NOA: Ringrazio Davide, Ornella e Aurelio e questo luogo bellissimo. Porto i saluti di Manuele e Arianna che erano all’incontro lo scorso anno. Sono contenta che ci siano giovani a questo incontro. Sono mamma di due giovani che hanno fatto la scuola familiare insieme a me e mio marito Simone. Abitiamo alle pendici del monte Subasio da 17 anni. Abbiamo realizzato il sogno di vivere sulla terra e coltivare in libertà e felicità. In autunno Simone ha avuto un incidente nel bosco e siamo rimasti in tre. Però continuano. I ragazzi sono con me. Uno ha 26 anni e l’altro 23 e continuano insieme con molte difficoltà. Trovano la bellezza in tutto ciò che possono. I ragazzi ospitano altri giovani anche per periodi. Pausa pranzo con una bella condivisione di abbondante cibo e chiacchiere. Nel pomeriggio riprendiamo accogliendo gli amici di Davide appena arrivati: Federica, Stefania, Simone, Simonetta e Davide 3. Ci confrontiamo sull’argomento Resistenza e sottrazione / Vecchie maniere, contadinanza e restanza (introduce) LUCA Cosa si intende per vecchie maniere. Prima della tecnologia c’erano le vecchie maniere, sgranare i piselli raccontandosi storie, e prima anche a Milano c’erano capannelli di persone, gente che parlava e si confrontava. La cultura popolare si basa sullo scambio orale, la scrittura era in mano ai ricchi, i proprietari, soverchiando i diritti delle persone. Anche dove non c’era la scrittura, esistevano le buone maniere che esprimevano praticamente una cultura vivente. L’oralità è sempre stata tra di noi. I vagabondi che vagavano offrendo lavoro, sono sempre esistiti. La restanza è il rifiutarsi di andare via per rimanere ad abitare in luoghi anche inospitali. Molti sentono il richiamo dei nonni, accettano di stare in un’area disagiata per amore del luogo e del selvatico. Questo fenomeno è ormai diffuso e anche gli antropologi se ne sono accorti e hanno scritto pubblicato studi e libri: per esempio il libro di Marco Sioli “In difesa della natura selvaggia” e tanti altri. Insieme con altri che si riconoscono nella contadinanza e nell’agricoltura naturale sono nella redazione di una rivista che si chiama “Rivista contadina”. Questi contadini hanno piccole reti di riferimento, come Genuino Clandestino. La “Restanza” è un libro dell’antropologo, scrittore e saggista Vito Teti ed è il contrario di partenza, tratta del diritto di restare in un luogo. NURIA: mi ricordo questi anziani seduti fuori della porta che ci guardavano di sbieco a noi giovani che in auto andavamo a ballare, con le minigonne. Ora non riusciamo ad accettare che la giovinezza è una stagione. Ora per me è la stagione della maturità e questo mi ricorda le vecchie maniere e trovo sano non fare gli eterni giovani. Esiste un modo di vivere diverso che stare nelle chat con 30 secondi di attenzione. FELICE: perché ci deve essere il conflitto tra vecchie e nuove generazioni? Tutte quelle energie sono dedicate al progresso tecnologico, mentre invece potevano essere dedicate altrove, per esempio per costruire un altro rapporto tra genitori e figli. Noi avremmo potuto crescere insieme. ETAIN: quando ero giovane in campagna si ballava tanto e gli anziani ci guardavano e dicevano: “che bella gioventù”. SIMONETTA: quella comunità Antica ora è impossibile riprodurre oggi perché era legata a quella economia dove c’era necessità di collaborazione reciproca. La tecnologia comunque non va demonizzata. AGNESE: Tra Cagli e Monte Cucco si crea una rete di relazioni con persone distanti a 30 minuti in auto. Facciamo diverse giornate di lavoro collettivo, orti condivisi con aree e microclimi differenti. Usiamo telegram, la tecnologia, i social per tenerci in contatto. Con queste giornate di lavoro condivise, stiamo recuperando anche un bel meleto. Questo sta accadendo ora. NOA: ad Assisi un gruppo di giovani fanno la battitura e la mietitura come una volta, con una trebbia vera, che viene usata dai giovani insieme con i vecchi. E’ una bella esperienza per tutti. FRANCESCA: questo discorso della collaborazione che c’era prima, scaturiva da una necessità. Ora, secondo me, per recuperare questo rapporto con la realtà, c’è bisogno di dipendere dagli altri, dipendere dal luogo. Ritrovare questa consapevolezza. Noi abbiamo l’illusione di essere indipendenti, perché abbiamo del denaro e possiamo farci quello che vogliamo, ma noi siamo dipendenti da tutto un meccanismo che sono le multinazionali e l’alta finanza. Necessariamente dobbiamo dipendere da qualcosa, perché dobbiamo mangiare, dobbiamo vestirci, dobbiamo riscaldarci. Allora la domanda corretta che dobbiamo porci è: io voglio essere indipendente, ma da chi dipendo? DAVIDE 2: i miei genitori fanno fatica ad accettare le mie scelte. SIMONETTA: bisogna prendere coscienza del proprio valore di cultura, senza farsi mettere i piedi sulla testa. Anche grazie alla tecnologia si viene a conoscenza di altre culture, la presa di coscienza dei propri diritti e le possibilità di scelta che abbiamo. ODILIO: la convivenza con etnie diverse crea scompiglio. KATHRIN: non riusciamo a stare dietro alle cose, alla lentezza è tutto troppo veloce. Non sono solo le altre etnie, tutti abbiamo le stesse difficoltà. Chi è nato in questa velocità, non conosce proprio la lentezza. Dove cominciamo noi? Dove inizia l’altro? FELICE: in ogni essere umano, c’è un essere umano. C’è un cuore umano che batte, che viene fuori se lo lasci uscire. È una scelta uscire dal gregge. Uscire dal gregge è faticoso e pauroso. ETAIN: uno dei primi lavori che ho visto fare era tirare fuori la lana dal materasso. Un lavoro lungo e tranquillo che non fa più nessuno. DAVIDE 2: fare il lavoro in più persone alleggerisce il lavoro. AGNESE: i lavori che chiamo conviviali, come lisciare le ceramiche, capare le verdure, sono lavori da fare insieme, quando arriva qualcuno a trovarmi.
SARA: noi facevamo le torte di Pasqua assieme. DAVIDE 1: noi eravamo in 18 con il forno. RAFFAELE: da un racconto di Jack London sui popoli inuit si apprende che ogni componente del gruppo aveva dei ruoli molto rigidi. Emergeva una certa felicità dove trionfava la vita. La tradizione a volte viene usata per escludere. Occorre chiederci cosa porta vita su questo pianeta. Nella vita c’è un continuo rimescolamento delle carte, le cose vanno sempre ridefinite. Le tradizioni vanno valutate se portano vita o se le cose è meglio che cambino. Non dobbiamo negare l’accoglienza a nessuno, ma senza farci mettere i piedi in testa. GIAMPIETRO: una volta la vita tradizionale era molto violenta nei confronti delle donne. La Tradizione ambigua. Quando decido di amare il luogo c’è consapevolezza del cammino che si fa per l’amore e per la vita. Quanta cura, quanto amore. La Tradizione funziona o è mera rigidità? FRANCESCA: nel film “Un mondo a parte” con Antonio Albanese, si parla del libro di Vito Teti della “Restanza”. In questo luogo inospitale, ci sono diverse persone che sono extracomunitarie e queste persone extracomunitarie riescono a far vivere il luogo. LUCA: in certi racconti orali, si torna indietro di 15 generazioni. In Egitto si torna indietro di 394 generazioni. La tradizione si riplasma con il presente continuamente. La mietitrebbia di Assisi, non parla della storia, parla di ciò che sta succedendo in quel momento. KATHRIN: c’è un insieme nel creare una tradizione contaminata da tante cose. Io mi prendo cura del luogo. Se si sceglie la cura, deve essere una responsabilità comune. SAMUELE: siamo a 8 miliardi di persone e ci sono 8 miliardi di realtà diverse. È difficile che possiamo comprenderle tutte. Occorre partire dalle piccole cose. La tecnologia sta diventando un contenitore che non è più reale. È diventato un sistema che si autoalimenta. Occorre creare una realtà alternativa. La tecnologia può diventare anche rete. Si può accompagnare la persona fuori da questo sistema. ETAIN: Vassilissa, nella storia della Baba Yaga, dice: “ho bisogno di fuoco!” e la Baba Yaga risponde: “e perché ti dovrei dare il fuoco?” e Vassilissa risponde “perché te lo chiedo” e questa è la risposta giusta. Nella propria coscienza, ognuno chiede a Madre Natura, ciò di cui ha bisogno. Questa vulnerabilità va messa a nudo, questa vulnerabilità va vissuta. GIUSEPPE: non c’è bisogno che ci carichiamo sulle spalle le sorti di questo mondo. Non è che si può fare più di tanto. Noi sosteniamo la terra, l’energia va messa su una nuova partenza. Come iniziare un nuovo percorso sapendo che siamo parte di un luogo. Come iniziare un nuovo cammino. DAVIDE 3: i ragazzi ora non lo sanno che hanno una alternativa, forse hanno bisogno di un aiuto, di una imbeccata in modo che possano scegliere un’alternativa. COSETTA: i bambini prima di scegliere, devono mettersi a cercare, ad esplorare.. Leggo una poesia di Nanao Sakaki “legna da ardere” . FELICE: la situazione che ho vissuto a 17 anni era simile a quella dei ragazzi di ora, non è diverso. Ho cercato tanto facendo un sacco di errori, cose orribili, lo riconosco. Devono sapere che cercano una risposta al loro disagio. Se cercano di inghiottire e basta possono decidere anche quello. I semi cadono dove cadono. LUCA: La “ricerca” è fondamentale; per esempio, in Germania c’era all’inizio del Novecento un movimento di naturalisti romantici e rivoluzionari, giovani che abbandonavano la vita borghese e iniziavano a girare, dei pre-hippie, i Wandervoegel, è la ricerca di cui parla Hermane Hesse di Siddharta era importante. Dal disagio nasce il desiderio di cambiare. Cercare un animo puro senza aggrapparsi a qualcosa di illusorio, cercare la propria via.
FELICE: mentre nevicava sono nate alcune poesie semplici per bambini. Poi, delle mie 510 poesie, ne ho adattate alcune per i bambini. Quindi sono riuscito ad avere un discreto materiale adatto per la pubblicazione. È scritto per far sapere che c’è un’altra dimensione oltre a quella pressante più diffusa. È stato bello scriverlo. GIUSEPPE MORETTI: approfitto dell’argomento “pubblicazioni” per fare un chiarimento sulle nostre newsletter: Lato selvatico e il Notiziario di Sentiero Bioregionale. Lato Selvatico porta avanti l’idea bioregionale—che NON è un’idea americana ma, come dice Peter Berg, “un’idea della biosfera” il mondo stesso che chiede un cambiamento – che va mantenuta nella sua essenza… e non banalizzarla con tornaconti ideologici vari… come noi italiani siamo avvezzi a fare. Contiene materiale attuale ma anche traduzioni di scritti originali degli anni 70. Parlano del cambiamento necessario per abbracciare questa visione. Che è molto radicale. La redazione di Lato Selvatico è mia, mentre invece quella di Sentiero Bioregionale, è itinerante, cioè, cambia di numero in numero, e tutti sono invitati ad assumerla, basta richiederla a: sentierobioregionale@gmail.com . Ogni numero ha un tema, i testi non a tema, che eventualmente arrivano in redazione, vengono pubblicati in una rubrica specifica. Giuseppe raccoglie gli abbonamenti per entrambe le pubblicazioni, ed è importante specificare se l’importo inviato riguarda l’una o l’altra o entrambe le pubblicazioni. Lato Selvatico viene pubblicato agli equinozi, mentre Sentiero Bioregionale viene pubblicato ai solstizi. FELICE: dice che in alcuni gruppi ci sono dei personaggi chiamati probiviri che vigilano che venga rispettata l’idea originale, l’idea originale del gruppo.
La serata si conclude allegramente dopo cena con le danze in cerchio grazie alla guida di Sara. 31 maggio 2026 La mattina, molto presto, su proposta di Luca, un gruppo si dirige su una balza della montagna, con un’ampia vista, per meditare insieme. Dopo colazione si riprende l’incontro collettivo, accogliendo nuovi arrivi: Martino e gli amici di Gricigliana
(introduce) LUCA il mondo bioregionale è interessante dal punto di vista editoriale. Oltre al piccolo libro di Giuseppe “Bacini Fluviali della mente”, questo è il terzo libro a tema bioregionale di Montaonda. La copertina è di Rocco Lombardi. Il bioregionalismo riesce a fare letteratura dicendo cose molto semplici e dirette. Etain, per 12 anni ha vissuto a Roma prima di arrivare a Vallingegno. Questo libro contiene la storia di come maturano le sue scelte. Rivedo attraverso il suo testo, quegli anni come se fossero dagli occhi di una “sorella maggiore”. Era un tempo in cui la famiglia era molto tradizionalista, il capitalismo crudele e la campagna con i suoi contadini veraci. ETAIN: la copertina con il gattino che cammina ignaro sulla groppa di una lupa, mi rappresenta molto bene. Ho scritto il libro su sollecitazione di mia figlia. Con questo libro sto mettendo in piazza la mia storia personale, è il più personale dei miei libri. Tratta di quella età in cui annaspi nel buio, cercando. Questa è la storia per cui da Roma sono poi approdata tra i colli umbri. Etain legge due brani dal libro che scatenano ilarità offrendo preziosi spunti di riflessione.
Segue il TEMA: Esiste una narrativa alternativa alla modernità oggi nel mondo? (introduce) ETAIN: i popoli nativi hanno una narrativa mitologica che indica come comportarsi. Qual è la nostra narrativa nella nostra società? La guerra di Troia, Gesù in croce, la pubblicità con la famiglia felice? COSETTA: legge il testo della poesia di Claudia Fofi. Semina Semina, Semina, Crea un passo pesante Claudia Fofi, da “Le ossa cantano”, Animamundi Editore ETAIN: questo tema che nessuno è felice è uno sguardo importante. La felicità è una falsa narrazione. FABRIZIO: questa della felicità è una menzogna funzionale alla vendita. La vita è un disagio. MARTINO: La felicità è finta e viene usata per vendere. RAFFAELE: siamo condizionati da ciò che vediamo negli schermi che toglie ai più la possibilità di IMMAGINARE qualcosa di radicalmente diverso. C’è sempre meno ricerca e meno immaginare, sognare e progettare. Mi chiedo cosa mi fa sentire come completo. Uno degli impedimenti è proprio la mancanza di immaginazione. LUCA: la pubblicità è propaganda. I trucchi sono sempre più evidenti, smascherati. La propaganda è massiccia. Il rischio è anche lasciarsi abbindolare nella ricerca in qualcosa di effimero. Quali sogni e non illusioni. Non confondere i sogni con la prassi. RAFFAELE: “I sogni son desideri di felicità” come recita il film della Walt Disney è molto astratto. La felicità è nella pratica delle relazioni. ALBERTO: la tecnologia è un ulteriore sviluppo di qualcosa che viene da lontano. Ci vuole fiducia in un altro. COSETTA: ci sono per me tre strade da perseguire: una è ciò che facciamo fuori di noi, nel reale, nel mondo; la seconda è quello che facciamo dentro di noi in un percorso introspettivo; la terza è il sentiero del mondo invisibile, del luogo che comunica con noi, dello spirituale. Occorre avere i piedi per terra con un mondo che ci aiuta e ci sostiene. Cosetta, legge la sua poesia “Spiriti del luogo” ETAIN: i popoli indigeni hanno dei riti significativi. In Palestina mi ricordo in una casa distrutta fanno il rito del Ramadan con il cibo. Ma quali sono le nostre ritualità che stanno sparendo? Per esempio, anche mangiare seduti a tavola si sta perdendo come rituale. il rituale è un salvagente. FELICE: la felicità è come un picco, ma c’è la gioia silenziosa che può essere una costante. Quella che viene quando sai che stai facendo quello per cui sei stato creato. Non ci si può sforzare per ottenere i picchi, mentre la ricerca fondamentale è quello della gioia silenziosa. FABRIZIO: eliminare l’attaccamento, sviluppando una pace interiore che è accettazione della realtà, aiuta in questa ricerca della gioia silenziosa. La ritualità sarebbe importante. DAVIDE 1: se penso troppo so già che starò male. Devo stare concentrato sul presente, come recita un famoso detto romano: “non ci possiamo alzare tutte le mattine felici e contenti, ma possiamo però ogni mattina essere felici e contenti che ci siamo alzati.” FRANCESCA: ma dunque, non abbiamo una narrazione e non abbiamo rituali? GIUSEPPE: no, abbiamo una narrazione ed è quella che per cui siamo qui. Questa è una narrazione bioregionale, partendo da piccole cose. Mi dicevano che la Pianura Padana era un deserto ecologico; invece, io ho trasformato il mio podere in qualcosa d’altro. Questa è la narrazione che dobbiamo portare avanti. Vivere a fare come essere parte del Tutto. E’ vero che quello abbiamo è ancora una narrazione allo Stato larvale, ma abbiamo sia la narrazione che i rituali. Questo incontro è un rituale. LUCA: la narrazione è un racconto, occorre fare pace con se stessi e i limiti che abbiamo. NURIA: penso sempre alla frase “Dio esiste Ma non sei tu”. Bisogna trarre energia da ciò che esiste, tipo la RAN che ha fatto la mappatura delle realtà ecologiche esistenti. FABRIZIO: anche io mi sento in questa narrazione. Abbiamo una mente che va addestrata perché si riempie di cose inutili e si ubbidisce a modelli automatici. Io pratico una meditazione buddista. KATHRIN: mi risuona la parola ACCETTAZIONE. Felice non felice, avere e non avere, riscoprire la verità di una pienezza. ALBERTO: la ritualità come ingrediente del quotidiano. La ritualità può essere il cibo degli adulti e che aiuta tutti i giorni. Può essere legata alle piante, al caffè, al tabacco. Le piante potrebbero avere un grande potere, anche attraverso esperienze extrasensoriali. Una risposta è anche qui. Coltivare piante con cui non hai un rapporto speciale. DAVIDE: io devo giocare ETAIN: non vediamo, sentiamo la conversazione del mondo naturale. Quando mangi un pomodoro vedi te stesso, ma non percepisci il punto di vista del pomodoro che dice “sono buono, senti come sono buono, coltivami!” ENRICO: legge un brano dell’autrice portoghese Eco psicologa ecologista Sofia Battaglia “L’ospite che occupa il tuo corpo, la voce che credi sia la tua” GIUSEPPE: questo articolo ci indica che per sradicare questa struttura così radicata, ci vuole tempo. ETAIN: quando da Roma andavo a Gubbio ci impiegavo due minuti e mezzo per ambientarmi, quando tornavo a Roma ci impiegavo tanto. Il Lato Selvatico è più forte e sta dentro di noi. GIAMPIERO: mettersi in opposizione è una grande tentazione, mentre il bioregionalismo è altro. Costruisce una integrazione.
Cerchio finale e ringraziamenti. La base principale è il ringraziamento, sentirsi grati alla vita. L’incontro si conclude tenendoci per mano e sentendo l’unità con ciò che ci circonda. Infine, prima di pranzo, ci affidiamo alle musiche popolari con gli organetti di Tsuf e Nevet.
(Le foto sono di Davide Aghetoni, Francesca Mengoni e Giampietro Forlani)
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Il quattordicesimo incontro dei bioregionalisti italiani si è svolto a Coccore – Sassoferrato (AN) ospiti di Davide, Ornella e Aurelio che ci hanno accolto con un antico e gradito senso di ospitalità e del prendersi cura.
GIUSEPPE: fin da giovane sono stato attratto dal Movimento beat… e poi ho letto Jack Kerouac, che in un suo libro diceva “un solitario non diventa mai branco”, e questo mi fece star bene, mi aveva legittimato!?! (ah ah). Tra i vari personaggi di quel movimento ce n’era uno che si staccava dagli altri, un certo Gary Snyder, un poeta, ma di estrazione rurale, un amante dei boschi e delle montagne, e lui, a differenza dei suoi pari non parlavano di corse in auto coast to coast alla ricerca della libertà in una società conformista, bigotta e bellicista. Lui parlava di natura e che noi siamo natura, parlava di eremiti zen e di donne che sposavano orsi. Una buona traccia da seguire, mi son detto… che mi ha portato all’idea bioregionale, che oggi sembra goda di più attenzioni che in passato, visto la deriva nella quale il capitalismo ha ficcato l’umanità tutta. Ad ogni modo, sono un contadino, nato contadino e vivo nella valle del Po… una bella sfida per un bioregionalista, ma lì sono nato… e ci deve pur essere una ragione in questo!
RAFFAELE: vengo da Sassuolo vicino al fiume Secchia.
FABRIZIO: mentre stavo con altre persone cucivo gli stoppini per le lampade ad olio, questo lo potevo fare chiacchierando con gli altri.
FELICE PRESENTA IL LIBRO “
PRESENTAZIONE DEIL LIBRO DI ETAIN “Racconti Romani, di una ingenua signorina inglese” (con un breve accenno a “No che non scendo!”, un altro nuovo e originale libretto a fumetti—per bambini— della stessa autrice).