INCONTRO BIOREGIONALE 2026
14° INCONTRO di SENTIERO BIOREGIONALE29/30/31 MAGGIO 2026 Presso Coccore – Sassoferrato (AN) – Bacino del Fiume Esino – di seguito RESOCONTO E IMMAGINI dell’incontro |
Il quattordicesimo incontro dei bioregionalisti italiani si è svolto a Coccore – Sassoferrato (AN) ospiti di Davide, Ornella e Aurelio che ci hanno accolto con un antico e gradito senso di ospitalità e del prendersi cura. La sera dopo cena ci dividiamo i compiti seduti in cerchio, con una temperatura confortevole e una atmosfera serena. Sabato 30 Maggio 2026: cerchio d’apertura e presentazioniGiampietro modera l’incontro e chiede a Francesca di leggere la poesia “Per conoscere un luogo”.
Prosegue leggendo una sintesi molto stringata dell’idea bioregionale. “Bioregione” che, scomposta, fa “bios”/vita e “regione” dal latino rӗgӗre, governare. Quindi una regione governata dalla vita, e per vita, in termini bioregionale, si intende tutto ciò che in essa vive e prospera, perciò non solo noi umani ma anche il popolo delle piante, degli animali, delle erbe, i fiumi, le montagne… insomma, la natura nel suo insieme. Un’idea nata nei primi anni ’70 del secolo scorso per iniziativa di alcuni esponenti del movimento controculturale di quei tempi: visionari, poeti, attivisti, scrittori ma anche semplici cittadini… che non credevano più nel riformare la realtà politica e sociale esistente, ma che guardavano ad una nuova società nella quale esseri umani e natura fossero di nuovo protagonisti alla pari, e tutto questo attraverso un percorso che, partendo dall’individuo, andasse poi ad abbracciare i luoghi in cui tutti, volenti o nolenti, si trovano a vivere, nelle bioregioni appunto. Tanto per far capire cosa bollisse nella mente di questi futuri bioregionalisti. Nel 1970, davanti alla platea del “Centro per lo studio delle istituzioni democratiche” di Santa Barbara in California (un luogo istituzionale, quindi), uno dei bardi del bioregionalismo, il poeta Gary Snyder leggeva le seguenti parole: “Ci sono molte cose ammirevoli nella cultura occidentale. Ma una cultura che nega la fonte della sua stessa essenza – e cioè la natura e il suo legame con essa – è destinata a comportamenti distruttivi e, alla lunga, forse, all’autodistruzione”. E questo, guarda caso, ci porta dritti nella realtà che stiamo vivendo oggi, che non sarà ancora la vigilia dell’autodistruzione dell’umanità, ma da quello che è dato vedere si sta andando verso quel tecno-mondo-politico e finanziario parallelo, creato da una parte dell’umanità e perfino immaginato in quel romanzo distopico di fantascienza del 1932 “Brave new world” (Il mondo nuovo) di Aldous Huxley, dove tutto e tutti—natura ed esseri umani—saranno monetizzabili e manipolabili nell’interesse di pochi, alle spese dei tanti. Quindi, la bioregione, come strada maestra per recuperare noi stessi nel più ampio consesso di Madre Terra. Non c’è altro modo…” CERCHIO DELLE PRESENTAZIONI
Il bastone della parola passa poi a ETAIN: Sto ri-abitando la campagna di Gubbio da 45 anni e sono contadina insieme con il mio compagno Martino. Siamo contadini dagli anni 80, quando ancora c’erano tanti contadini a Gubbio che occupavano quelle terre da generazioni. Sono stati per noi grandi insegnanti. Con calma e pazienza si capisce cosa ha da dire il luogo. Non è che vai e fai, devi imparare come il luogo comunica con noi. Ad esempio, l’esperienza del terremoto del 1984, che è stata molto significativa, perché non sei tu che decidi. A quei tempi il terremoto ci ha colti all’improvviso compromettendo la nostra casa. Noi non eravamo in grado di decifrare i segnali che ci arrivavano. Ora invece capiamo i segnali del terremoto e quando c’è stato quello del 1997 eravamo più pronti e consapevoli.
ODILIO: Prima di tutto un saluto al posto che ci accoglie e un GRAZIE a Davide che lo ha proposto, ad Ornella ed Aurelio. Altre parole di ringraziamento vanno a questa Terra che ci ospita, convinti che il mondo non può essere scontato, che una comunicazione spirituale di gratitudine e di riconoscimento fra tutte le cose viventi deve essere espressa per allineare le menti e i cuori della gente con la natura. Tutto questo costituisce il principio-guida della cultura che vogliamo trasmettere. Siamo qui a offrire i nostri pensieri, i nostri vissuti per ri-abituarci (qualora ce ne fosse bisogno) ad una comune visione delle nostre diversità. Sono nativo del bacino idrografico del Po e presto servizio volontario in un emporio Caritas della bassa mantovana ad impatto zero, che va a sostenere famiglie di diverse etnie (una decina).
GIAMPIETRO: vivo nel bacino del Serio, uso la bicicletta per i miei spostamenti. Vivo con mia moglie, galline, cani, piante di frutti e asini. Sono un insegnante di religione. Cerco di comunicare ai miei allievi anche ciò che apprendo conoscendo il luogo dove abito. In classe una ragazza ha letto un suo scritto e, come raramente accade, tutti hanno accolto la sua lettura con un silenzio particolarmente intenso. Quello che ci ha svelato sono le difficoltà contemporanee di relazione tra coetanei e con il mondo naturale e la percezione che invece ci sia altro (legge il testo di Beatrice). COSETTA: Vivo a Palombara Sabina dove ho un giardino di 1000 m quadri fra il selvatico e il coltivato, una casa, una casetta dei giochi e una casetta sull’albero, dove lavoro come logopedista con i bambini. Come logopedista andavo dapprima a domicilio, con una tovaglia come fagotto e dentro giocattoli per i bambini con gravi disabilità. Credo nella forza del posto che si esprime. La natura può sostenere la crescita senza quegli ideali consumistici in cui siamo immersi. Ho lavorato sulla comunicazione con questo piccolo luogo che è questo giardino attraverso un processo di crescita, accoglienza e bellezza. Questo pezzetto di terra o era senza tramonto, senza apparente bellezza, almeno non quella stereotipata. Adesso è diventato un giardino magico-frattalico, come lo definisco che si esprime in mille angoletti da guardare in verticale, e non in vastità o altezza. Ho le mie difficoltà con il mondo esterno. A volte soffro un certo isolamento come logopedista “strana”. Curo molto la relazione madre/figlio. Il mondo talvolta sembra lontano dal buon senso. Se ci sono bambini che urlano non sono loro ad essere sbagliati: sono bombardati di oggetti e attenzioni, considerati a qualsiasi età contemporaneamente quasi neonati e adultizzati per le responsabilità che gli mettiamo addosso. Negli esseri umani occidentali il sistema consumistico ha sollecitato il permanere di volere sempre tutto, subito e tanto, che è la dimensione dell’”io fetale”, stimolato dall’illusione della onnipotenza che internet, il cellulare e la intelligenza artificiale stanno deliberatamente stimolando. È diffuso un senso di abbandono. Cerco di aiutare a ricomporre nell’ambito del mio lavoro e quindi bambini, famiglie e scuola, una comunità con… un senso di comunità.
SAMUELE: Mi ritrovo molto nelle parole di Beatrice lette da Giampietro. Vivo a Rho (Milano), faccio parte di un progetto di asilo nel bosco. Sono studente di Scienze Naturali. Mi rivedo in Giampietro e Cosetta. Vedo che i ragazzi hanno bisogno di essere ascoltati. Sentivo il richiamo della natura, per questo ho scelto Scienze Naturali, anche se è sempre vista come catalogazione. Vorrei non studiare la natura, ma viverla. Ho frequentato dei corsi di Natural Survival tenuti da Marco Priori. Ho imparato ad abbandonare le cose fatte dagli altri e usare le mie ricavate direttamente dalla natura. La natura ha dei doni. Il primo corso l’ho seguito nella riserva di Monte Rufeno dove è nata la Rete Bioregionale. Questi corsi ritengo siano bioregionalismo, visto e vissuto in altri modi. Occorre prendere il tempo da dedicare alle relazioni con gli altri. Ho fatto degli step, diventando vegetariano e cambiando corso universitario perché prima seguivo un’altra facoltà. Penso sia importante evitare lo sfruttamento. FRANCESCA: Ho vissuto 20 anni in Maremma in un Podere in affitto con cose minimali. Tra le varie difficoltà, ho rivissuto le dinamiche dei miei nonni mezzadri e quindi per me è stata una prova dura in cui mi chiedevo cosa stessi facendo. Come diceva Felice, bisogna avere un pezzo di terra proprio. Abitando il luogo dove si è nati, si è sempre nella trama di relazioni conosciute. Si resta sempre la figlia di… Quando vai in un’altra terra, sei quello che c’è di buono e cattivo, ma viene da te e non è retaggio della tua famiglia.
LUCA: sono nato a Milano, ho studiato perché mi piaceva. Negli anni 70 ero un contestatore anarchico. Laureato mi sono trasferito a Berlino prima della caduta del muro. Mentre lavoravo a un dottorato mai terminato ho iniziato a tradurre dal tedesco, poi dopo il 9 novembre mi ho fatto il giornalista, per raccontare quel che vedevo davanti ai miei occhi, ma vedevo tanti meccanismi che non mi piacevano. Sono tornato in Italia, in campagna. Ho subito un intervento chirurgico al cuore perché ho esagerato correndo in salita. Dopo ho provato di nuovo a vivere nella mia città, ma non ci sono riuscito, e ho cominciato a frequentare la Toscana dove c’era una casa comunitaria aperta, ho fatto musica popolare, ma poi ho cercato una casa mia, ho venduto quella di città e trovato una casetta nella valle del Monte Falterona dove ho fondato la casa editrice Montaonda, dedicata all’apicoltura. Ho conosciuto Etain attraverso un libro regalatomi da un’amica e poi Lato Selvatico. Da poco pratico la meditazione Zen. Qui a Coccore mi sono trovato subito bene. Propongo per domani mattina alle 5:30 meditazione Zen in cima alla collina. Dobbiamo diventare consapevoli che siamo gli eroi del nostro tempo. Abbiamo scelto di essere qui oggi. Il nutrimento lo trovo qui, è un appuntamento che ci diamo liberamente. CHIARA: vengo anche io da Rho, Milano. Questi ultimi quattro anni sono stati per me come un risveglio della coscienza e della consapevolezza, che mi hanno distolta dalla dimensione alienata della città e costretta a mettere in dubbio quello che ho vissuto. Ho studiato Scienze dell’Educazione. Sento un disagio interiore negli spazi chiusi. Ho incontrato la pedagogia del Bosco che mette in dubbio la scolarizzazione. Mi chiedo cosa sia veramente importante per il bambino. Sento disagio, distacco nei confronti della natura, inadeguatezza nella società. Sono stata in America come ragazza alla pari, dove ho trovato le dinamiche del consumismo all’ennesima potenza. Mi sono interessata agli ecovillaggi e alla Rivoluzione del Filo di Paglia di Fukuoka. Ho incontrato Etain che mi ha aperto ad altre possibilità. C’è un posto selvatico vicino casa, un posto abbandonato. Facciamo l’orto naturale comunitario. Voglio mettere in atto il bioregionalismo. Questo spazio lo immagino animato di dibattiti/dialoghi, immagino una biblioteca selvatica autogestita. Presenteremo una rivista il 21 giugno: “Radicarsi, pensieri sparsi dall’incolto”
ORNELLA: durante l’estate da Roma venivo qui dai miei nonni, scoprendo che è un altro modo di vivere. Scalza partecipavo alle comunanze della trebbiatura, prendendo le gregne sul campo. Con pranzi tutti insieme. Le vacanze erano qui, in questi luoghi. Come figli abbiamo raccolto l’amore per questo luogo.Con il terremoto abbiamo vissuto nei container. Ora è tutto ricostruito, la casa non è di pietra e d’estate è più calda. Lavoro come specialista tiflotecnico, mi occupo di autonomie, prevalentemente orientamento e mobilità per disabili visivi (ciechi e ipovedenti). Spero di godermi la pensione qui a Coccore.
AGNESE: sono di Torino e sono vissuta tra la città e la Valsusa. Torino mi ha nutrita. Nel 2015 dopo la laurea, volevo zappare la terra. Nel 2017 sono arrivata nelle Marche da Fabrizio. Ho scoperto la rete del Seminasogni. Poi, un terreno con una ALBERTO: sono nato in provincia di Siena. Ho iniziato a lavorare a contratto trascorrendo molto tempo al chiuso. Poi ho sentito parlare del WWOOF e lì è stato l’inizio del cambiamento, andando anche all’estero a visitare fattorie che avevano necessità di un aiuto. A 40 anni, nel 2017, ho iniziato ad intraprendere delle attività con amici che lavoravano con le costellazioni familiari e sono rimasto ad Assisi. Per otto anni mi sono arrangiato con lavoretti e mercatini. Mercatini gestiti direttamente dai produttori. Con Sara abbiamo organizzato le danze in cerchio. Negli ultimi due anni un amico mi ha coinvolto nella convivenza. Qualsiasi posto ti può comunicare, ti può parlare. Sto scoprendo tutto quello che possiamo produrre con la natura e come convivere con il selvatico, ognuno con le sue esigenze e il suo percorso. C’è il lavoro da fare insieme e quello da fare da soli.
LISA: vivo nel modenese, nella Valle del Secchia. Frequentavo il liceo classico, mi sentivo diversa e sola. Ho scelto la facoltà di Scienze Naturali, ma è stata una delusione. Vivo in una valle fluviale molto bella, con insediamenti Etruschi. C’è stata l’invasione della industria ceramica che ha rovinato molto della bellezza naturale. In un ambiente di questo genere non si possono sviluppare menti libere. Il covid mi ha destabilizzata, prorogando gli studi lontana dalle mie aspirazioni. Ho preso un master di fauna e ambiente che ritengo più pratico. Mi sta aiutando ad elaborare le informazioni. Sto cercando anche un luogo dove mettere le radici. La separazione mi crea disagio interno, voglio vivere lontano da disturbi antropici impattanti.
FILIPPO: sono frastornato, al solito nei gruppi vado in risonanza con qualcuno e ora per me è tutta una risonanza, è come una grande sinfonia. Per me le città sono come fantasmi in cui la realtà è evaporata. Sono originario di Fabriano e sto a Bologna con Maria Ambra, ora voglio tornare. Ho avuto la grande fortuna di crescere a Fabriano con una nonna che mi ha trasmesso l’attaccamento alla Terra. Sono stato istruito dal nonno. Ho abitato 20 anni a Bologna, ma la cellula dormiente trasmessa da mia nonna è quella che mi ha permesso di vivere. Lei mi ha fatto comprendere i silenzi, la natura. Basta scavare e quella cellula ce l’abbiamo tutti. ENRICO: vengo dalla Lunigiana una terra tra Toscana, Emilia e Liguria. Noi ci identifichiamo molto con quella terra. Diciamo che “andiamo in Toscana” anche se formalmente la Lunigiana è in Toscana. Voglio partire raccontando del mio corpo. Ho due ossicini sui miei piedi che si sono rotti. Sia il destro che il sinistro. Ho vissuto 17 anni a Stoccarda, il rapporto della cura è sempre più difficile, anche l’educazione è trascurata. La comunicazione è sempre più disfunzionale, le risorse non sono più per la salute, ma per i proiettili e le armi. Io sono ingegnere e quando sono stato assegnato a degli impianti industriali, per capire bene, mi sono messo a lavorare con gli operai. Ora ho mal di schiena dovuto anche allo stare seduto per ore davanti al computer. Devo prendermi cura del corpo. Ho riflettuto sul discorso del bisonte di Aurelio, che va incontro la tempesta. Io sono andato incontro alla tempesta nel 2018. Il 2019 l’ho trascorso molto arrabbiato. Sono consapevole che, come umanità, abbiamo imboccato una strada che ci avrebbe portato a cose brutte. Stiamo andando ad una velocità che non ha tempo di soffermarsi, non abbiamo risorse ed energie per prendere coscienza.
DAVIDE 2: vengo da un paesino delle Marche e ora abito tra Gubbio e Perugia. Ho lavorato comprandomi una casa. Ho un bel ricordo dei miei nonni. Mi sono licenziato e ho iniziato a girare per le fattorie. Partecipo ai mercatini alternativi e mi piace moltissimo, nel momento di condivisione, ascoltare i percorsi diversi di ciascuno di noi e da tutti c’è da imparare qualcosa. Mi sento di dire Grazie e mi sento molto fortunato. SARA: Sono di Perugia, sono nata in Umbria perché era verde. Sono nata in campagna. Poi ci siamo sradicati andando in città. Per fortuna sono cresciuta con i nonni. Sono sopravvissuta. Ho rotto con la scuola e a 17 anni e mezzo quando ha iniziato a lavorare. C’è un sistema comune potente. Ora sono un’artigiana. A 25 anni ho conosciuto Etain e le danze in cerchio. Ora ho comprato due terreni. In uno c’è una iurta e nell’altro un frutteto. Mi sto ri-inselvatichendo. Faccio danze in cerchio e artigianato.
Pausa pranzo con una bella condivisione di abbondante cibo e chiacchiere. Nel pomeriggio riprendiamo accogliendo gli amici di Davide appena arrivati: Federica, Stefania, Simone, Simonetta e Davide 3. Ci confrontiamo sull’argomento Resistenza e sottrazione / Vecchie maniere, contadinanza e restanza(introduce) LUCA Cosa si intende per vecchie maniere. Prima della tecnologia c’erano le vecchie maniere, sgranare i piselli raccontandosi storie, e prima anche a Milano c’erano capannelli di persone, gente che parlava e si confrontava. La cultura popolare si basa sullo scambio orale, la scrittura era in mano ai ricchi, i proprietari, soverchiando i diritti delle persone. Anche dove non c’era la scrittura, esistevano le buone maniere che esprimevano praticamente una cultura vivente. L’oralità è sempre stata tra di noi. I vagabondi che vagavano offrendo lavoro, sono sempre esistiti. La restanza è il rifiutarsi di andare via per rimanere ad abitare in luoghi anche inospitali. Molti sentono il richiamo dei nonni, accettano di stare in un’area disagiata per amore del luogo e del selvatico. Questo fenomeno è ormai diffuso e anche gli antropologi se ne sono accorti e hanno scritto pubblicato studi e libri: per esempio il libro di Marco Sioli “In difesa della natura selvaggia” e tanti altri. Insieme con altri che si riconoscono nella contadinanza e nell’agricoltura naturale sono nella redazione di una rivista che si chiama “Rivista contadina”. Questi contadini hanno piccole reti di riferimento, come Genuino Clandestino. La “Restanza” è un libro dell’antropologo, scrittore e saggista Vito Teti ed è il contrario di partenza, tratta del diritto di restare in un luogo. NURIA: mi ricordo questi anziani seduti fuori della porta che ci guardavano di sbieco a noi giovani che in auto andavamo a ballare, con le minigonne. Ora non riusciamo ad accettare che la giovinezza è una stagione. Ora per me è la stagione della maturità e questo mi ricorda le vecchie maniere e trovo sano non fare gli eterni giovani. Esiste un modo di vivere diverso che stare nelle chat con 30 secondi di attenzione. FELICE: perché ci deve essere il conflitto tra vecchie e nuove generazioni? Tutte quelle energie sono dedicate al progresso tecnologico, mentre invece potevano essere dedicate altrove, per esempio per costruire un altro rapporto tra genitori e figli. Noi avremmo potuto crescere insieme.
SIMONETTA: quella comunità Antica ora è impossibile riprodurre oggi perché era legata a quella economia dove c’era necessità di collaborazione reciproca. La tecnologia comunque non va demonizzata. AGNESE: Tra Cagli e Monte Cucco si crea una rete di relazioni con persone distanti a 30 minuti in auto. Facciamo diverse giornate di lavoro collettivo, orti condivisi con aree e microclimi differenti. Usiamo telegram, la tecnologia, i social per tenerci in contatto. Con queste giornate di lavoro condivise, stiamo recuperando anche un bel meleto. Questo sta accadendo ora. NOA: ad Assisi un gruppo di giovani fanno la battitura e la mietitura come una volta, con una trebbia vera, che viene usata dai giovani insieme con i vecchi. E’ una bella esperienza per tutti. FRANCESCA: questo discorso della collaborazione che c’era prima, scaturiva da una necessità. Ora, secondo me, per recuperare questo rapporto con la realtà, c’è bisogno di dipendere dagli altri, dipendere dal luogo. Ritrovare questa consapevolezza. Noi abbiamo l’illusione di essere indipendenti, perché abbiamo del denaro e possiamo farci quello che vogliamo, ma noi siamo dipendenti da tutto un meccanismo che sono le multinazionali e l’alta finanza. Necessariamente dobbiamo dipendere da qualcosa, perché dobbiamo mangiare, dobbiamo vestirci, dobbiamo riscaldarci. Allora la domanda corretta che dobbiamo porci è: io voglio essere indipendente, ma da chi dipendo? DAVIDE 2: i miei genitori fanno fatica ad accettare le mie scelte. SIMONETTA: bisogna prendere coscienza del proprio valore di cultura, senza farsi mettere i piedi sulla testa. Anche grazie alla tecnologia si viene a conoscenza di altre culture, la presa di coscienza dei propri diritti e le possibilità di scelta che abbiamo.
KATHRIN: non riusciamo a stare dietro alle cose, alla lentezza è tutto troppo veloce. Non sono solo le altre etnie, tutti abbiamo le stesse difficoltà. Chi è nato in questa velocità, non conosce proprio la lentezza. Dove cominciamo noi? Dove inizia l’altro? FELICE: in ogni essere umano, c’è un essere umano. C’è un cuore umano che batte, che viene fuori se lo lasci uscire. È una scelta uscire dal gregge. Uscire dal gregge è faticoso e pauroso. ETAIN: uno dei primi lavori che ho visto fare era tirare fuori la lana dal materasso. Un lavoro lungo e tranquillo che non fa più nessuno. DAVIDE 2: fare il lavoro in più persone alleggerisce il lavoro. AGNESE: i lavori che chiamo conviviali, come lisciare le ceramiche, capare le verdure, sono lavori da fare insieme, quando arriva qualcuno a trovarmi.
SARA: noi facevamo le torte di Pasqua assieme. DAVIDE 1: noi eravamo in 18 con il forno. RAFFAELE: da un racconto di Jack London sui popoli inuit si apprende che ogni componente del gruppo aveva dei ruoli molto rigidi. Emergeva una certa felicità dove trionfava la vita. La tradizione a volte viene usata per escludere. Occorre chiederci cosa porta vita su questo pianeta. Nella vita c’è un continuo rimescolamento delle carte, le cose vanno sempre ridefinite. Le tradizioni vanno valutate se portano vita o se le cose è meglio che cambino. Non dobbiamo negare l’accoglienza a nessuno, ma senza farci mettere i piedi in testa.
FRANCESCA: nel film “Un mondo a parte” con Antonio Albanese, si parla del libro di Vito Teti della “Restanza”. In questo luogo inospitale, ci sono diverse persone che sono extracomunitarie e queste persone extracomunitarie riescono a far vivere il luogo. LUCA: in certi racconti orali, si torna indietro di 15 generazioni. In Egitto si torna indietro di 394 generazioni. La tradizione si riplasma con il presente continuamente. La mietitrebbia di Assisi, non parla della storia, parla di ciò che sta succedendo in quel momento. KATHRIN: c’è un insieme nel creare una tradizione contaminata da tante cose. Io mi prendo cura del luogo. Se si sceglie la cura, deve essere una responsabilità comune. SAMUELE: siamo a 8 miliardi di persone e ci sono 8 miliardi di realtà diverse. È difficile che possiamo comprenderle tutte. Occorre partire dalle piccole cose. La tecnologia sta diventando un contenitore che non è più reale. È diventato un sistema che si autoalimenta. Occorre creare una realtà alternativa. La tecnologia può diventare anche rete. Si può accompagnare la persona fuori da questo sistema.
GIUSEPPE: non c’è bisogno che ci carichiamo sulle spalle le sorti di questo mondo. Non è che si può fare più di tanto. Noi sosteniamo la terra, l’energia va messa su una nuova partenza. Come iniziare un nuovo percorso sapendo che siamo parte di un luogo. Come iniziare un nuovo cammino. DAVIDE 3: i ragazzi ora non lo sanno che hanno una alternativa, forse hanno bisogno di un aiuto, di una imbeccata in modo che possano scegliere un’alternativa. COSETTA: i bambini prima di scegliere, devono mettersi a cercare, ad esplorare.. Leggo una poesia di Nanao Sakaki “legna da ardere” . FELICE: la situazione che ho vissuto a 17 anni era simile a quella dei ragazzi di ora, non è diverso. Ho cercato tanto facendo un sacco di errori, cose orribili, lo riconosco. Devono sapere che cercano una risposta al loro disagio. Se cercano di inghiottire e basta possono decidere anche quello. I semi cadono dove cadono. LUCA: La “ricerca” è fondamentale; per esempio, in Germania c’era all’inizio del Novecento un movimento di naturalisti romantici e rivoluzionari, giovani che abbandonavano la vita borghese e iniziavano a girare, dei pre-hippie, i Wandervoegel, è la ricerca di cui parla Hermane Hesse di Siddharta era importante. Dal disagio nasce il desiderio di cambiare. Cercare un animo puro senza aggrapparsi a qualcosa di illusorio, cercare la propria via.
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Semina
Semina,
perché nessuno è felice.
Guarda come fa l’albero
e ostinati su un punto.
Fatti duro e selvatico
fatti spesso e ottuso,
termina con un canto
questo tratto di strada.
Semina,
perché nessuno è felice
se non quando spunta il germoglio
nessuno vuole nient’altro
che rinascere dal solco.
Fai di te stesso un altare
una piuma azzurra
un incrocio di vie.
Crea un passo pesante
vestito di fango
e semina,
pensa al futuro,
pensa a ciò che verrà in sogno.
La terra sembra secca adesso
ma tu, semina
perché nessuno è felice.
Claudia Fofi, da “Le ossa cantano”, Animamundi Editore
ETAIN: questo tema che nessuno è felice è uno sguardo importante. La felicità è una falsa narrazione.
FABRIZIO: questa della felicità è una menzogna funzionale alla vendita. La vita è un disagio.
MARTINO: La felicità è finta e viene usata per vendere.
RAFFAELE: siamo condizionati da ciò che vediamo negli schermi che toglie ai più la possibilità di IMMAGINARE qualcosa di radicalmente diverso. C’è sempre meno ricerca e meno immaginare, sognare e progettare. Mi chiedo cosa mi fa sentire come completo. Uno degli impedimenti è proprio la mancanza di immaginazione.
LUCA: la pubblicità è propaganda. I trucchi sono sempre più evidenti, smascherati. La propaganda è massiccia. Il rischio è anche lasciarsi abbindolare nella ricerca in qualcosa di effimero. Quali sogni e non illusioni. Non confondere i sogni con la prassi.
RAFFAELE: “I sogni son desideri di felicità” come recita il film della Walt Disney è molto astratto. La felicità è nella pratica delle relazioni.
ALBERTO: la tecnologia è un ulteriore sviluppo di qualcosa che viene da lontano. Ci vuole fiducia in un altro.
COSETTA: ci sono per me tre strade da perseguire: una è ciò che facciamo fuori di noi, nel reale, nel mondo; la seconda è quello che facciamo dentro di noi in un percorso introspettivo; la terza è il sentiero del mondo invisibile, del luogo che comunica con noi, dello spirituale. Occorre avere i piedi per terra con un mondo che ci aiuta e ci sostiene. Cosetta, legge la sua poesia “Spiriti del luogo”
ETAIN: i popoli indigeni hanno dei riti significativi. In Palestina mi ricordo in una casa distrutta fanno il rito del Ramadan con il cibo. Ma quali sono le nostre ritualità che stanno sparendo? Per esempio, anche mangiare seduti a tavola si sta perdendo come rituale. il rituale è un salvagente.
FELICE: la felicità è come un picco, ma c’è la gioia silenziosa che può essere una costante. Quella che viene quando sai che stai facendo quello per cui sei stato creato. Non ci si può sforzare per ottenere i picchi, mentre la ricerca fondamentale è quello della gioia silenziosa.
FABRIZIO: eliminare l’attaccamento, sviluppando una pace interiore che è accettazione della realtà, aiuta in questa ricerca della gioia silenziosa. La ritualità sarebbe importante.
DAVIDE 1: se penso troppo so già che starò male. Devo stare concentrato sul presente, come recita un famoso detto romano: “non ci possiamo alzare tutte le mattine felici e contenti, ma possiamo però ogni mattina essere felici e contenti che ci siamo alzati.”
FRANCESCA: ma dunque, non abbiamo una narrazione e non abbiamo rituali?
GIUSEPPE: no, abbiamo una narrazione ed è quella che per cui siamo qui. Questa è una narrazione bioregionale, partendo da piccole cose. Mi dicevano che la Pianura Padana era un deserto ecologico; invece, io ho trasformato il mio podere in qualcosa d’altro. Questa è la narrazione che dobbiamo portare avanti. Vivere a fare come essere parte del Tutto. E’ vero che quello abbiamo è ancora una narrazione allo Stato larvale, ma abbiamo sia la narrazione che i rituali. Questo incontro è un rituale.
LUCA: la narrazione è un racconto, occorre fare pace con se stessi e i limiti che abbiamo.
NURIA: penso sempre alla frase “Dio esiste Ma non sei tu”. Bisogna trarre energia da ciò che esiste, tipo la RAN che ha fatto la mappatura delle realtà ecologiche esistenti.
FABRIZIO: anche io mi sento in questa narrazione. Abbiamo una mente che va addestrata perché si riempie di cose inutili e si ubbidisce a modelli automatici. Io pratico una meditazione buddista.
KATHRIN: mi risuona la parola ACCETTAZIONE. Felice non felice, avere e non avere, riscoprire la verità di una pienezza.
ALBERTO: la ritualità come ingrediente del quotidiano. La ritualità può essere il cibo degli adulti e che aiuta tutti i giorni. Può essere legata alle piante, al caffè, al tabacco. Le piante potrebbero avere un grande potere, anche attraverso esperienze extrasensoriali. Una risposta è anche qui. Coltivare piante con cui non hai un rapporto speciale.
ETAIN: non vediamo, sentiamo la conversazione del mondo naturale. Quando mangi un pomodoro vedi te stesso, ma non percepisci il punto di vista del pomodoro che dice “sono buono, senti come sono buono, coltivami!”
ENRICO: legge un brano dell’autrice portoghese Eco psicologa ecologista Sofia Battaglia “L’ospite che occupa il tuo corpo, la voce che credi sia la tua”
GIUSEPPE: questo articolo ci indica che per sradicare questa struttura così radicata, ci vuole tempo.
ETAIN: quando da Roma andavo a Gubbio ci impiegavo due minuti e mezzo per ambientarmi, quando tornavo a Roma ci impiegavo tanto. Il Lato Selvatico è più forte e sta dentro di noi.
GIAMPIERO: mettersi in opposizione è una grande tentazione, mentre il bioregionalismo è altro. Costruisce una integrazione.
Cerchio finale e ringraziamenti.
La base principale è il ringraziamento, sentirsi grati alla vita.
L’incontro si conclude tenendoci per mano e sentendo l’unità con ciò che ci circonda.
Infine, prima di pranzo, ci affidiamo alle musiche popolari con gli organetti di Tsuf e Nevet.
(Le foto sono di Davide Aghetoni, Francesca Mengoni e Giampietro Forlani)





























